Polmoni al centro

da | 29 Apr, 2022 | Dipendenze

*Di Biagio Tinghino

I polmoni sono gli organi più direttamente colpiti dal fumo da tabacco: circa l’80% del cancro dei polmoni è causato dalle sigarette, e solo nel 2018 – stando all’Oms – sono morte in Europa 430mila persone per questo motivo. L’attenzione non viene però distolta neanche dalle altre malattie, perché il tabacco causa infarti, ictus, malattie respiratorie croniche, diversi tipi di tumori e una lista lunghissima di danni.

Tabacco – più morti della prima guerra mondiale

Negli ultimi dieci anni il fumo ha causato più morti di quelli che l’Italia ha avuto nella Prima guerra mondiale. Dal momento che muoiono ogni anno tra le 70 e le 80mila persone per questo motivo. Questi numeri, che la comunità scientifica mette a disposizione, dovrebbero aver modificato da tempo comportamenti e politiche sanitarie. Ma in realtà le iniziative per contrastare il massacro sono ancora flebili.

Anzi, dopo un lento declino del numero dei fumatori (siamo passati dal 35% degli italiani nel 1957 a poco più del 22% nel 2018), da qualche anno i dati sono stabili, addirittura in leggera risalita. Il fumo è la prima causa di morte evitabile in Occidente, ma purtroppo una delle ultime voci quando si guardano le risorse stanziate per cure e prevenzione.

Una delle contraddizioni è sicuramente il fatto che lo Stato incassa circa 14 miliardi l’anno dalle accise del tabacco e non vuole rinunciare a questo introito, mentre ne perde circa 6,5 per costi sanitari, che però diventano 26 se si includono anche i costi sociali e indiretti.

 

Ma quali sono le politiche vincenti? L’Oms ha indicato da tempo la direzione da seguire. Bisognerebbe, per esempio, alzare le tasse sulle sigarette, abolire completamente ogni forma di pubblicità, inclusi i loghi che ne ricordano la marca, la possibilità di esporle dietro il bancone dei tabaccai.

L’Italia si è distinta per avere recepito in modo molto “morbido” le direttive e, addirittura, con gli ultimi provvedimenti legislativi, ha abbassato le tasse su alcuni derivati del tabacco.

Sigarette elettroniche e tabacco che non brucia

Il mercato del tabacco, nel frattempo sta cambiando. Sono entrate in commercio le sigarette elettroniche e l’eat-not-burn, il tabacco che “non brucia”. Si tratta di strumenti per consumare nicotina, che si stanno diffondendo grazie all’idea che comportano un rischio ridotto rispetto al fumo tradizionale. Ma è proprio così?

Alcuni esperti sostengono che il loro consumo può costituire una strategia di “riduzione del danno”. In realtà in nessun luogo si è ottenuto un calo dei fumatori che possa essere attribuito unicamente alle sigarette elettroniche. Tutti i successi, dove sono stati registrati, sono stati frutto di una politica di tobacco control complessiva e ben articolata.

Studi italiani e dati dell’Istituto superiore di sanità ci dicono che nel nostro Paese quelli che iniziano a fumare o ricominciano (grazie alle sigarette elettroniche) sono di più di quelli che smettono. Senza contare, poi, che molti ragazzi si avvicinano così al mondo del tabacco incoraggiati dalla falsa idea che questi dispositivi “fanno meno male”.

 

tabacco

Consulta il sito ISS Salute

L’opinione degli esperti italiani

Lo slogan con cui le multinazionali cercano di fare breccia in Italia è che i nuovi prodotti a base di tabacco sono rivolti a chi “non vuole o non può smettere di fumare. Ma non è così. Tre fumatori su quattro vorrebbero invece smettere di fumare (lo dice sempre l’Oms) e quasi tutti potrebbero, se solo sapessero come fare e se fossero aiutati a farlo correttamente.

Nel nostro Paese, purtroppo, la maggior parte dei medici non conosce le cure per il tabagismo, non le consiglia o non lo fa con efficacia. Pochissimi tabagisti accedono ai servizi specialistici.

Non si può dunque pensare a una politca di “riduzione del danno” se prima non si sono offerti prevenzione e trattamenti validati. Davanti a questa situazione ho dovuto dichiarare, in un mio recente intervento al Parlamento europeo, che sarebbe come prescrivere le cure palliative a un malato di cancro, senza aver prima cercato di curarlo coi metodi efficaci.

La posizione degli esperti, recentemente sintetizzata nel documento esposto – appunto – al Parlamento europeo, è concorde. Anche se non c’è la combustione, l’uso di nicotina non è sicuro. Essa può indurre danni al cuore e ai vasi sanguigni.

Alcune ricerche, inoltre, mostrano che nei nuovi prodotti possono essere presenti sostanze tossiche, come i metalli pesanti, sebbene in misura minore rispetto al fumo tradizionale. Oltre a ciò, è evidente che ogni forma di consumo di nicotina alimenta la dipendenza e facilita la transizione da una forma di consumo a un altro (come si trattasse di vasi comunicanti), impedendo un affrancamento definitivo da queste sostanze.

 

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Fumo e diabete: coppia letale

Cambiano anche la prevenzione e le cure

Negli ultimi decenni, comunque, sono cambiate anche le strategie di prevenzione e le cure sono diventate più efficaci.

È ormai sostenuto da diversi studi che la prevenzione non può basarsi solo sulle informazioni sui danni da tabacco (“la lezione dell’esperto”). Per questo motivo vengono promossi progetti articolati, pluriennali, di peer-education, che potenziano le life skills – le varie abilità – dei ragazzi, come il pensiero critico, la capacità di opporsi alle pressioni degli amici, aiutandoli a coltivare relazioni sane e una buona autostima.

Sono mutati inoltre i paradigmi per interpretare il tabagismo. È evidente che non siamo davanti a un “vizio” né a un semplice fenomeno sociale, ma di fronte a una dipendenza complessa, dovuta agli effetti della nicotina sul cervello.

Mentre fino ai primi anni ’80 prevaleva l’approccio basato su tecniche o incontri per “convincere” i fumatori a smettere con l’aiuto della forza di volontà, ora i trattamenti sono integrati con i farmaci e interventi psicologici di sostegno. I tassi di successo sono così aumentati, fino a triplicare.

Finalmente si è giunti a rifiutare un approccio colpevolizzante nei confronti dei fumatori e a considerarli ciò che sono in realtà: persone che hanno una malattia (dipendenza) causata da una sostanza chimica, di cui sono diventati schiavi quasi sempre senza volerlo. Questi individui vanno aiutati a guarire con veri trattamenti, alleviando il più possibile il disagio della sindrome d’astinenza, così come facciamo quando andiamo dal dentista e chiediamo la somministrazione dell’anestetico per evitare la sofferenza.

Nuove strategie

Il volontariato non è escluso dalla lotta al tabagismo. Al contrario. Proprio perché nel nostro Paese le offerte di trattamento sono ancora poco conosciute e le risorse carenti, l’alleanza tra istituzioni e volontariato può costituire l’arma vincente. Bisogna però accettare l’idea di aggiornarsi su basitifiche, rivedere i modelli, reinterpretare la propria mission.

Questi approcci sono ormai largamente collaudati e si basano su una seria letteratura scientifica internazionale.

I risultati? Migliori rispetto alle prime strategie, soprattutto quando le cure sono integrate (terapie farmacologiche- comportamentali).

L’aiuto ai fumatori può essere offerto a più livelli, con modelli organizzativi che rispecchiano le risorse disponibili e l’analisi del bisogno territoriale .

 

*Medico, Società italiana di tabaccologia, Post President

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