Caffè amaro. Per l’ambiente

da | 15 Nov, 2021 | Alimentazione, Ambiente

di Lucia Cuffaro

Ogni anno sul Pianeta si acquistano 10 miliardi di capsule, con un negativo impatto sull’ecosistema.

  • Il boom di cialde e capsule si rivela una grave fonte di inquinamento.
  • E un ulteriore rischio per la salute a causa dei materiali usati.
  • Ecco tutti i risvolti critici della bevanda più amata dagli italiani

Vuoi un caffè? La maggior parte gli italiani, davanti a una tazzina di fumante oro nero, non riesce proprio a dir di no. L’Italia è infatti ai primi posti al mondo per la trasformazione e il confezionamento di caffè, con un giro d’affari pari a 3,4 miliardi, di cui quasi la metà in esportazioni.

Questa bevanda, qui così comune, nasce in realtà in luoghi lontani. Paesi dove tutto può succedere lungo i percorsi commerciali di filiera, senza che in Occidente ve ne sia consapevolezza: sfruttamento della terra e dei lavoratori, monocolture, pesticidi, torrefazione ad alte temperature e cattiva conservazione.
Dalle zone tropicali del Centro e del Sud America alle remote montagne dell’Etiopia, passando per le pianure del Sud- Est Asiatico e dell’Africa, il caffè è una coltivazione sempre più intensiva e produttiva, con una ragguardevole velocità di crescita che la rende appetibile ai colossi agricoli.

 

 

C’è anche la filiera etica

Eppure, esistono filiere ben più etiche e rispettose dei ritmi naturali della terra e nei confronti dei contadini. Alessandro Franceschini, presidente di Altromercato, la principale realtà di commercio equo e solidale in Italia, che attraverso la rete dei soci e delle botteghe promuove le scelte e le azioni concrete verso un consumo critico e consapevole (https://www.altromercato.it/it_it/filiera-caffe/), spiega:

“Il commercio equosolidale rappresenta un modello alternativo di fare economia, che punta a unire commercio e impegno sociale. L’obiettivo è quello di migliorare la vita delle persone e del pianeta attraverso la creazione di filiere alimentari, tessili, cosmetiche e di artigianato in cui il benessere di tutti è messo al primo posto.

 

Troppo spesso, però, acquistiamo non pensando a cosa c’è dietro quella tazzina di caffè. Ora più che mai, diventa fondamentale conoscere non solo come viene fatto un prodotto, ma anche chi lo lavora e che conseguenze hanno le nostre scelte sulla vita di tutti. Le nostre filiere sono etiche e certificate, prima di collaborare con un gruppo di produttori, questo viene esaminato dai nostri uffici di cooperazione e poi verificato da un ente indipendente che effettua visite in loco.

 

Fissiamo insieme alle cooperative di coltivatori un prezzo equo, di solito più alto rispetto alla media del mercato, che rimane stabile e non varia con le oscillazioni delle borse, garantendo a chi realizza il prodotto relazioni stabili, durature e basate sulla trasparenza e il dialogo. È la scelta di bere un caffè che non risulta amaro per chi lavora e per il pianeta, ma conta sul futuro di tutti”.

 

 

 

Etichette di poche parole

Di fatto, rispetto a questi processi, ben poco ci dicono le etichette poste sulle confezioni da vendere. Essendo un prodotto che dovrebbe avere un solo ingrediente, il caffè non prevede la lista delle sostanze aggiunte, né l’indicazione della concentrazione di caffeina, un alcaloide i cui effetti eccitanti e psicoattivi sono ben noti.
Una strana disposizione dato che per altri beni di consumo, con un quantitativo di caffeina sopra ai 150 mg/l, è necessario indicare alcune specifiche diciture di avvertimento: “Non raccomandato per bambini e donne in gravidanza o nel periodo di allattamento” e “Tenore elevato di caffeina”.

 

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Caffè. Boom di capsule e cialde

Negli ultimi anni, un nuovo trend ha caratterizzato il mondo del caffè. Con un aumento annuo di circa il 20%, il mercato delle capsule e delle cialde è sempre più inarrestabile, tanto che l’Istat l’ha inserito nel paniere dei beni di consumo degli Italiani.
La cialda è un involucro di carta e cellulosa contenente il quantitativo di caffè per una tazzina. Si tratta di un prodotto che può essere quindi smaltito nel cassonetto dell’organico. Esistono cialde biodegradabili, che vengono scomposte da agenti naturali come acqua e batteri, almeno per il 90% entro 6 mesi, come definisce la normativa europea.

Nelle cialde compostabili il processo di decomposizione avviene in meno tempo, in circa 90 giorni. Il costo al kg delle cialde in materiali biodegradabili e compostabili varia molto, tra i 22 ai 50 euro al kg in base alla qualità e alla filiera di provenienza: quella equo e solidale ha ovviamente un prezzo più alto, ma anche un minor impatto ambientale.
La capsula invece è un imballaggio di forma cilindrica realizzata con 3 g di plastica e/o di alluminio, che contiene dai 5 ai 7 g di caffè.
Ogni anno sul Pianeta si acquistano 10 miliardi di capsule, con un evidente impatto sull’ecosistema. Facendo qualche breve calcolo, il passaggio dalla moka alla macchina per capsule produce 120mila tonnellate di rifiuti in più. Di queste, 12mila sono rappresentate da quelli italiani, destinati agli inceneritori o alle già strabordanti discariche.

Questi imballaggi sono dannosi non solo per l’ambiente, ma anche per il nostro benessere. L’alluminio di cui è composto il packaging, se sottoposto a un’alta temperatura, può rilasciare delle particelle di metallo nella bevanda, che renderebbero il caffè rischioso per la salute.
Vi è anche un ulteriore problema: uno studio del Cnr e del dottor Carlo Foresta, docente di endocrinologia e direttore del centro di crioconservazione dei gameti maschili presso l’università di Padova, ha fatto emergere il rischio di rilascio degli ftalati, delle sostanze utilizzate dall’industria per rendere più malleabile la plastica. Si tratta di pericolosi interferenti endocrini, talmente potenti da provocare l’infertilità maschile umana.

In genere, nel caffè venduto nei classici pacchetti non vi sono additivi. In quello in capsule si possono invece trovare “aggiuntine” derivate da grassi animali per ottenere una consistenza più schiumosa, e tanti aromi di sintesi al gusto di vaniglia, cioccolato o caramello.
Peccato che secondo la legge con il termine “caramello” non s’intende il classico derivato dallo zucchero, bensì coloranti di tonalità brunite, come nel caso del caramello ammoniacale (E150c) e del caramello solfito-ammoniacale (E150d), classificati l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, come potenzialmente cancerogeni.

 

 

 

Le diverse tecniche per eliminare la caffeina

Troppi caffè si sa, portano insonnia e agitazione. E allora il mercato ha risposto creando il caffè decaffeinato o, per dirla in breve, il deca. Il metodo di produzione di questa variante parte dal caffè non ancora tostato, che viene gonfiato con vapore e acqua per poter distanziare le strutture cellulari dei chicchi, permettendo l’estrazione della caffeina tramite un solvente. Segue poi la classica tostatura, che lo asciuga per una migliore conservazione.
Uno dei solventi più utilizzati è però il diclorometano, classificato anche in questo caso dallo Iarc come potenziale cancerogeno per l’uomo.

Un’altra tecnica prevede l’uso di anidride carbonica supercritica o di quella liquida, oppure di acetato di etile. Ma questo non è dato saperlo, dato che non vi è l’obbligo in etichetta di segnalare ciò.
Tra le nuove tecniche vi è anche la “deceratura”, ovvero l’abbattimento delle cere (sotto ai 250 pp.m. previsti dallanormativa, ex D.M. 22 giugno 1983), che dovrebbe limitare l’acidità del caffè e quindi migliorarne la digeribilità. Peccato che anche in questo caso, per realizzare questa procedura, si debba però fare uso del diclorometano.

 

Il revival della moka

L’inconfondibile borbottio del caffè che esce da una moka, mentre l’aroma pervade la casa… Un romantico gesto abbondonato da molti italiani che hanno scelto invece di preparare il caffè in pochi secondi con una macchinetta per capsule o cialde.

Per una spesa che varia, a seconda dei marchi, dai 22 ai 50 euro al kg. Il caffè sfuso nella cara e vecchia moka costa invece in media 8 euro al kg! E del gusto che dire? Quello fatto in casa con la caffettiera, non solo ha un profumo più intenso, ma anche una fragranza più tonda e corposa.

Siamo davvero disposti a rinunciare a questo? Bastano poche attenzioni per servire il perfetto caffè.
Profumato, economico, con meno impatto ambientale.

  1. L’acqua si pone nella caldaia fino alla valvola, facendo attenzione a non superarla. Il filtro del caffè va
    riempito fino all’orlo. Secondo la tradizione napoletana andrebbe versato in modo da formare una piccola
    cupola che richiamerebbe la forma del vulcano Vesuvio.
  2. La moka deve essere ben chiusa per evitare fuoriuscite di liquido.
  3. Si sceglie il fornello del gas più piccolo, posizionandolo a fuoco medio-basso.
  4. Quando si sente il gorgoglio del caffè che sale, la fiamma andrebbe spenta.
  5. Prima di versarlo nelle tazzine si deve sempre girare all’interno della moka con un cucchiaino, per mescolare
    la parte superficiale che in genere è più liquida, con quella sottostante, più corposa e concentrata.
  6. Se non è fuoriuscito del tutto il caffè dalla moka, si può bagnare la base della caldaia con acqua fredda e
    rimettere poi la macchinetta sul fuoco.
  7.  Il caffè andrebbe bevuto amaro.
  8.  Il caffè caldo non si serve mai in bicchierini di plastica che possono rilasciare sostanze tossiche, ma in tazzine
    di porcellana, di vetro o di ceramica.
  9. Per pulirsi la bocca prima di gustare il caffè vi è l’utile usanza tipica del Sud di bere prima un bicchiere
    d’acqua.
  10. Per una perfetta conservazione del caffè sfuso e per evitare che il suo aroma si disperda, meglio riporlo in
    dispensa in un barattolo di vetro o di coccio a chiusura ermetica, lontano da fonti di calore e di luce diretta.
    Sconsigliato invece il frigorifero.

 

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