QUANDO L’APPARENZA (NON) INGANNA

da | 1 Set, 2014 | Inchieste

Il primo approccio con un estraneo è decisivo per farsene un’opinione. E quindi il giudizio a caldo può condizionare, anche negativamente, i rapporti futuri. Si può evitare questo rischio? Sì, con tecniche per non lasciarsi influenzare. O, viceversa, farsi apprezzare in poco tempo

Ormai gli studiosi del comportamento umano non hanno più dubbi: nelle relazioni tra persone la prima impressione è quella che conta. Il primo studio su questo tema risale al 1946 per opera dello psicologo sociale Solomon E. Asch, il quale fece un esperimento su due gruppi di studenti. A entrambi fu letta una lista elencante alcune qualità, dicendo che si riferivano a una persona reale e poi fu chiesto loro di descrivere l’individuo che veniva in mente sulla base di quelle caratteristiche. Al primo gruppo fu proposta la seguente lista di tratti: intelligente, intraprendente, pratico, caldo, critico, ostinato, invidioso. Al secondo fu presentata un’altra lista, contenente gli stessi aggettivi disposti, però, in ordine inverso e con la sostituzione dell’aggettivo «caldo» con «freddo»: invidioso, ostinato, critico, freddo, intraprendente, pratico, intelligente. I risultati evidenziarono che il giudizio espresso dagli studenti sulla persona da valutare era fortemente condizionato dalle prime impressioni. In pratica, il professor Asch, con questo e altri esperimenti, volle dimostrare che le informazioni che si ricevono per prime influenzano quelle successive.
Recentemente anche il dottor Nicholas Rule, dell’università di psicologia di Toronto, ha pubblicato degli studi che confermano la forza della prima impressione, talmente potente da impedirci di cambiare così facilmente opinione in seguito. «Non appena vediamo un’altra persona, l’impressione si è creata – ha sottolineato Rule – e questo accade così velocemente che ciò che vediamo può prendere il sopravvento su quello che sappiamo» (La Stampa: «Come l’istinto spesso abbia il sopravvento sulla conoscenza», del 20/02/2014).

 

Questione di «pelle»
Come abbiamo detto, il nostro cervello impiega pochi secondi per etichettare una persona e decidere, a «pelle» o «a pancia», se è competente, affidabile, simpatica oppure il contrario. E queste dinamiche avvengono in tutte le nostre relazioni, sia professionali sia private. In pratica, di fronte a un estraneo, la nostra mente raccoglie rapidamente tutte le informazioni che l’altro gli trasmette e si forma un’immagine, un’istantanea che rimarrà poi impressa nella propria memoria. Le valutazioni che si fanno sugli altri, è importante evidenziarlo, si basano non tanto su ciò che si dice o sulle parole che si utilizzano ma, soprattutto, sulla comunicazione non verbale (postura, tono di voce, gesti, sguardi, abbigliamento, espressioni facciali, ecc.). Questa nostra capacità di giudizio spesso ci aiuta a prendere decisioni spontanee che possono fare la differenza. A questo proposito, il giornalista e sociologo canadese Malcolm Gladwell, autore del libro In un Batter di Ciglia. Il potere segreto del pensiero intuitivo (Mondadori, pp. 227, € 10), cita un fatto avvenuto verso la metà degli anni Ottanta, quando il Paul Getty Museum di Los Angeles comprò un’antica statua greca. Per essere sicuri che fosse originale, il museo la fece analizzare per mesi da un pool di esperti che ne certificarono l’autenticità. Al critico d’arte italiano Federico Zeri, all’epoca consulente del museo californiano, bastò invece una sola occhiata alle mani per affermare con sicurezza – e a ragione – che si trattava di un falso. In quel caso, l’istinto del nostro critico d’arte consentì un notevole risparmio di denaro al museo di cui era consulente.

 

La regola del 4 per 10
Secondo questa regola, ognuno di noi si forma la prima impressione di un’altra persona dai primi 10 secondi, dai primi 10 passi, dalle prime 10 parole, dai primi 10 centimetri del viso. Al telefono bastano 45 secondi. Negli incontri faccia a faccia occorrono circa 4 minuti. In questo brevissimo lasso di tempo, tendiamo a cogliere e a giudicare gli aspetti più immediati e visibili dell’altra persona e poi generalmente confermiamo quello che abbiamo captato a prima vista. Sì, perché l’essere umano ha la tendenza a cercare conferme su ciò di cui è convinto; cancellando al contempo tutte le dimostrazioni contrarie. Tra l’altro, è facile capire quando mettiamo in atto questi meccanismi, poiché utilizziamo un linguaggio fatto di affermazioni come: «Lo sapevo!»; «Che cosa ti avevo detto?»; «Hai visto che avevo ragione?». Il problema sorge quando queste «prime impressioni», invece di esserci d’aiuto, ci limitano e non ci fanno essere obiettivi come dimostra il seguente aneddoto.

 

I piedi sulla scrivania
Si racconta che una volta Henry Ford, il noto costruttore di automobili statunitense, chiamò un consulente esperto di organizzazione aziendale per redigere una relazione sulle sue risorse umane. «Come lei può vedere – disse il consulente al signor Ford – il mio rapporto è del tutto positivo, a eccezione di quel tizio in fondo al corridoio. Ogni volta che gli passo davanti, lo trovo seduto con i piedi sulla scrivania. È un vero spreco di denaro». Ford replicò: «Quell’uomo ha avuto un giorno un’idea creativa che ci ha fruttato un patrimonio. Credo che in quell’occasione avesse i piedi esattamente dove li tiene ora!».
Questa storia ci ricorda di non fermarsi alle apparenze per giudicare negativamente tutto ciò che a noi non sembra «regolare», perché «quel diverso» potrebbe, in seguito, sorprenderci positivamente.

 

 

 

*Esperto di comunicazione e psicologia

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