La paura ha il volto straniero: ci vuole una rivoluzione culturale

da | 29 Mar, 2012 | Mindfulness

«La paura? È un’emozione presente da sempre nell’animo umano, legata alle nostre problematiche fondamentali, alle incertezze sul significato stesso dell’esistenza. E assume aspetti diversi a seconda dell’epoca e della fase storica», spiega Carlo Mongardini, ordinario di Scienza politica all’università di Roma La Sapienza e autore di Le dimensioni sociali della paura (Franco Angeli, pp. 128, € 12.00, 2008).

Oggi però c’è molta paura, eppure non viviamo un momento di particolare insicurezza.

«Viviamo in una fase di transizione, di incertezza – il sociologo Bauman parla di modernità liquida – in cui è inevitabile l’emergere di paure e incertezze anche non motivate da fatti concreti. Paure che spesso si autoalimentano: la paura genera aggressività, che a sua volta contribuisce al proliferare delle paure. Senza dimenticare che la globalizzazione ha esteso il nostro orizzonte significativo: 20 anni fa non ci preoccupavamo di quello che succedeva in Africa o in Afghanistan. E un orizzonte più ampio è più complesso da controllare, servono strumenti culturali per fare da argine a questo sentimento».

Stampa e giornali invece sembrano contribuire a diffondere allarme.

«I media tendono spesso a spettacolarizzare le paure ponendosi al tempo stesso come un elemento di rassicurazione e di controllo. Ma è anche vero che oggi c’è un fenomeno di socializzazione della paura. Trasferiamo agli altri le nostre ansie per trovare una giustificazione, e questo ci rassicura e ci allarma al tempo stesso».

Ma perché sono proprio gli stranieri a farci paura?

«L’altro rappresenta da sempre l’incertezza, l’ignoto. Facile attribuirgli colpe che magari nascono invece in ambienti consueti, quotidiani».

E la politica? Non dovrebbe rassicurare invece di diffondere allarme?

«Una volta era lo Stato stesso a essere temuto, oggi spesso c’è un consenso formale nei confronti delle istituzioni, ma manca la legittimazione, un rapporto forte tra governanti e governati. Sempre più spesso la paura viene usata per distogliere la gente dai problemi reali, o per trasmettere il messaggio che in nome della sicurezza, del controllo si può rinunciare ad alcune libertà: si crea così una specie di totalitarismo soft che induce a sacrificare diritti civili importanti».

Quale potrebbe essere la strada per superare la paura dello straniero?

«Per un’integrazione senza traumi è necessaria una rivoluzione culturale che metta le basi per nuovi valori e nuove istituzioni. Nei paesi con forte identità e forti valori come la Gran Bretagna o anche la Germania le minoranze si stanno integrando bene nel tessuto sociale. Lo si è visto anche in passato: l’impero romano raccoglieva attorno a un ideale comune lingue e culture diverse ed è stato guidato, politicamente e militarmente, da personaggi che oggi definiremmo extracomunitari».


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