DONNA (SEMPRE PIU’) OGGETTO – Nuovi occhi per la TV

da | 18 Ott, 2010 | Inchieste

Corpo da esposizione. Spogliata degli abiti, ma anche dell’intelligenza. Senza che nessuno, apparentemente, si indigni. È l’amaro resoconto di un coraggioso documentario inchiesta sull’immagine femminile televisiva. Ne abbiamo parlato con l’autrice,

È un documentario denuncia, partito dall’indignazione di una donna, manager con vocazione alla promozione dei valori, quelli del rispetto della dignità femminile. Lorella Zanardo, pur non essendo una giornalista ha confezionato un video di 25 minuti, «Il corpo delle donne», uno schiaffo morale alla sensibilità italiana dominante. Che accetta tutto quello che passa per la tv, dandolo per scontato, acquisito. Peggio, naturale.
Il suo filmato è una carrellata spietata sul degrado femminile televisivo. «Veline» mute e sculettanti, ingabbiate a quattro zampe sotto una scrivania o appese a un gancio da macelleria come pezzi di prosciutto. Esperti estetisti che parlano con ragazze che si sono rifatte il seno, con tanto di descrizioni anatomiche e incitamento ad accontentare queste richieste da parte di figlie sempre più a disagio con la loro immagine femminile. Sembra una forzatura, ma è invece tutto molto attendibile. E questo succede a quasi ogni ora del giorno, anche in quelle fasce cosiddette «protette» dove iniziano a formarsi i gusti e le preferenze dei nostri bambini. Risultato: più di un milione e mezzo di persone ha visto il documentario su internet, decine di scuole hanno ospitato la Zanardo per dibattere sul tema. E il documentario è diventato anche un libro edito da Feltrinelli (Il corpo delle donne, pp. 206, € 13,00).
La decisione di occuparsi di questo fenomeno l’ha presa dopo una sua relazione in un convegno a Oslo.
«Sì, in occasione della conferenza mondiale di Win, un’assemblea che riunisce ogni anno centinaia di donne da tutto il mondo, tra imprenditrici, manager e consulenti, per discutere di crescita professionale e personale delle donne leader. Ho deciso di interessarmi di tv perché penso sia venuto il momento per noi donne di coinvolgerci in compiti elevati, di prenderci cura del mondo, come dice la teologa Svizzera Ina Pretorius, che parla di “competenza dell’esserci”. Che significa essere presenti anche nelle piccole cose del quotidiano. Dobbiamo decidere di ripulire il mondo dall’orrore che ci circonda per poi occuparci delle cose più serie. Il mio documentario si pone questo primo obiettivo, renderci conto del trash che invade le nostre case, per allontanarlo e iniziare un percorso, un progetto di crescita successivo».
Lei afferma che in tv sono sparite le vere facce delle donne…

«La chirurgia estetica sta annullando le autentiche espressioni del volto. Trovo preoccupante che nella nostra società non se ne sia ancora parlato. Non è solo un problema di natura estetica. A me non interessa sapere se io sono più o meno bella con la bocca rifatta, e credo sia giusto lasciare alla libertà individuale il diritto di cambiarsi e modificare il proprio aspetto. Ciò che manca è un’analisi seria della portata sociale di questa sparizione. Cosa accade quando il volto scompare? Quando guardo in tv il viso di una donna sottoposto a un pesante lifting che piange senza però mostrare i tipici lineamenti di una persona che soffre, che conseguenze ha nei nostri rapporti con gli altri? Insieme ad altri collaboratori sto scrivendo il soggetto di un futuro documentario proprio su questo tema, che però avrà un approccio internazionale e non solo dedicato all’Italia».
Il mezzo televisivo, con la sua tendenza a imitare la quotidianità, rischia di creare un’immagine distorta della nostra realtà?

Sì, perché la tv rappresenta solo una parte del nostro mondo. E anche falsa. Le ragazze nelle scuole e sul blog ci scrivono dicendoci che sono schiacciate dai modelli estetici televisivi e ci chiedono, come ha fatto una ragazza, Martina, “dove posso trovarne altri?”. Si tratta di giovani che, pur vivendo in famiglia e a scuola, non ricevono un aiuto sufficiente per orientarsi di fronte ai modelli televisivi. Ne occorrerebbero molti di più e diversificati».
Quindi bisognerebbe educare i telespettatori, soprattutto i più giovani. Cosa risponde a coloro che vedono in questo il pericolo di censura o paternalismo verso il pubblico?

«Uno degli obiettivi della democrazia è formare persone consapevoli. Andando in giro per l’Italia mi sono accorta che la gente, dapprima non informata su questo problema, una volta confrontatasi nel dibattito che proponevamo ha cambiato opinione perché ha acquisito nuovi strumenti di osservazione. Io considero deplorevole il fatto che chi critica il mio approccio si trova spesso tra le fila degli intellettuali di sinistra che si limitano a rispondermi: “basta spegnere la tv”. Ma si tratta di un atteggiamento elitario: non tutti hanno la possibilità di avere strumenti critici per capire la qualità dei programmi».
Il destino della qualità tv è di fatto in mano agli inserzionisti pubblicitari, i veri destinatari dell’offerta che condizionano i contenuti dei programmi. Come uscire da questo circolo vizioso?

«La Rai deve tornare a essere una tv pubblica, senza seguire interessi particolari. Tempo fa mi intervistò in Inghilterra la Bbc. Il corrispondente commentava, desolato, che negli anni Sessanta la Rai faceva una delle tv migliori del mondo. Vorrei allora che la nostra tv ritornasse a rappresentare in modo serio la nostra società. In Inghilterra c’è un’economia liberista come da noi, ma esiste il rispetto della persona. Anche se il fine di un’emittente è il profitto, in quel paese sono in grado di formulare, per esempio, una legge sulla pubblicità in cui si può usare il corpo delle donne solo se esso è legato al prodotto da vendere, come nell’offerta di un costume da bagno».

 

Se vuoi approfondire questo tema
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