Azzardo: creare relazioni per essere più liberi

da | 3 Lug, 2018 | Dipendenze

“Non chiamiamola ludopatia:  il “ludus “il gioco in senso stretto, non ha a che vedere coll’azzardo”:  ad affermarlo è Adelmo Di Salvatore, psichiatra e psicoterapeuta impegnato nella promozione della salute, direttore del servizio per le dipendenze di Avezzano (AQ) e consulente dell’help line a favore delle famiglie con problemi legati al gioco di azzardo, promossa dalla Chiesa Avventista del settimo giorno e progetto dell’Otto per mille della Chiesa avventista.

Dunque non stiamo parlando di una malattia nel senso classico del termine? “No, anche se  l’azzardo può  manifestarsi con le caratteristiche e le conseguenze dell’assunzione di una vera e propria droga, con problemi di tipo fisico, psicologico e sociale”, prosegue Di Salvatore, “ma definirlo unicamente come malattia rischia di deresponsabilizzare le persone. Si tratta piuttosto delle complicanze di un comportamento, di uno stile di vita che finisce con l’agire sul cervello, proprio come le droghe. Con un danno multidimensionale che interessa anche le famiglie, le relazioni e l’ambiente di lavoro”.

A che livello il gioco diventa un problema?

“Visto nell’ottica di popolazione, giocare d’azzardo è sempre un problema. Il disturbo da gioco d’azzardo di grado grave (la cosiddetta “dipendenza”) è relativamente raro, rispetto all’enorme numero di giocatori. Ma questo non significa che si possa giocare d’azzardo responsabilmente: l’unica scelta responsabile è scegliere giochi non basati sull’azzardo, che, per sua natura, è sempre irresponsabile e sempre ‘patologico’, in un continuo che va dal gioco occasionale a quello di chi gioca i soldi che dovrebbero servire a fare la spesa o pagare le bollette, con danni sempre presenti (multidimensionali, sistemici e imprevedibili)”.

Per questo è necessario combattere il gioco in generale?

“È una questione di massa critica: se aumenta il numero di persone che gioca, aumentano anche i giocatori con problemi evidenti. Per questo il nostro obiettivo deve essere quello di diminuire l’offerta, il problema è che stiamo andando nella direzione opposta. Senza renderci conto che, nonostante il reddito che lo Stato ricava dal gioco, i costi per la spesa sanitaria e sociale sono sempre più elevati; pensiamo solo ai legami con la criminalità e col mondo dell’usura”.

Però il gioco è sempre esistito…

“Sì, il problema è che oggi è più facile giocare d’azzardo: i giovanissimi si abituano a giocare on line o sulle diffusissime slot machine. Per questo è importante lavorare sulla prevenzione o meglio sulla promozione di stili di vita sani, proponendo ai ragazzi spazi per attività ricreative sane”.

L’intervento è soprattutto sociale e psicologico?

“Specificamente per i problemi del gioco d’azzardo i farmaci non servono, e anche l’intervento psicologico vero e proprio è necessario solo per una minoranza di giocatori. Occorrono invece strumenti educativi che coinvolgano anche le istituzioni e le famiglie”.

Come i gruppi di auto-aiuto?

“Sì, penso per esempio ai Cef (Club di ecologia famigliare), costituiti secondo l’approccio ecologico sociale di Hudolin, con facilitatori esperti che coinvolgono le famiglie e rappresentano un sostegno anche per le eventuali ricadute. In questo modo si può impostare un lavoro a lungo termine, fornendo un supporto fatto soprattutto di relazioni amicali. Si apprendono strategie utili per abbandonare definitivamente l’azzardo e per migliorare la comunicazione dentro la famiglia”.

Qual è la durata di un intervento di questo genere?

“Una volta superata l’emergenza resta un supporto che può proseguire negli anni, si creano amicizie e legami che continuano a esercitare un’azione positiva duratura”.

Di Paola Emilia Cicerone

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